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SCHEDA

Autori: Carlo Aymonino
Titolo: Origini e sviluppo della città moderna
Editore: Saggi Marsilio
Sede: Venezia
Anno: [1971] 1993
Genere: saggistica, pianificazione, urbanistica e rapporti con la politica
Argomento: formazione della città industriale e sui rapporti con il socialismo
Biblioteche: Consultato presso la biblioteca di Coriano (inv.43303, coll. AD 71.272) e consultabile nelle biblioteche dell’Emilia-Romagna, quali ad esempio la Biblioteca Classense di Ravenna (inv. 435547, coll. DEWEY 711.409 65), la Biblioteca Saffi di Forlì (inv. C 87107, coll. S.DEW 711.40937 GROSP), le Biblioteche dell’Università di Bologna collegate ai Dipartimenti di Archeologia (inv. NER 4862, coll. URB 25 ter), Storia Antica (inv. NER 198, coll. ANT. IX. 2062) e Discipline Umanistiche (inv. 13069, coll. CONS.A 496/2).

ABSTRACT
Grazie al libro L’urbanistica e l’avvenire della città, pubblicato nel 1959 e in seno allo sviluppo produttivo con conseguente immigrazione, inurbamento e trasformazione delle città, si è rinnovato in Italia l’interesse per i problemi urbani non solo in termini di architettura ed urbanistica, ma anche economici, sociologici, politici.
Lo stesso termine di città appare oggi non adatto a designare fenomeni nuovi quali l’area-metropolitana, la città-regione, la città-territorio, ecc. Proprio questi fenomeni urbani hanno fatto riconsiderare i secoli XVIII e XIX e in particolare la formazione e lo sviluppo della città industriale, nel senso di passaggio dalla città mercantile-nobiliare a quella borghese-capitalistica, in modo da poterli giudicare alla luce di esperienze simili avvenute in quei Paesi più industrializzati.
L’analisi inoltre, condotta non senza polemiche, in quanto l’autore si dissocia dal Benevolo quando questi auspica un contatto tra la politica e l’urbanistica, anzi considera quest’ultima addirittura “una parte della politica”, prende in considerazione il rapporto che tra politica e urbanistica si è andato precisando nel Dopoguerra e ne ha influenzato la disciplina stessa affermando che tale rapporto può avvenire soltanto in “circostanze eccezionali” (Vienna del 1918, l’Inghilterra del 1945).
Analizzare e comprendere il processo di formazione della città industriale inoltre conferma e sviluppa la prima grande divisione sociale del lavoro, ma soprattutto permette di teorizzare o meno un diverso rapporto tra città e campagna, tema questo di gran parte delle teorie socialiste riguardanti l’assetto della società futura e che costituisce un contributo urbanistico dello stesso socialismo scientifico.
Così interessanti sono le teorie sugli insediamenti, le loro ipotesi di organizzazione della società umana, che essi vogliono liberare, nello spazio umano degli utopisti Owen e Fourier, i quali come ha osservato Engels auspicavano, quale prima condizione per sopprimere la vecchia divisione del lavoro, “la soppressione dell’antagonismo tra di città e campagna”. Determinati in questa posizione essi elaborano proposte in cui non solo vengono denunciate le conseguenze negative della città industriale (usura del suolo, divisione del lavoro, ecc.), ma vengono proposte soluzioni spaziali che si collocano in sistema centrato sull’autonomia (economica e architettonica) di organismi semplici, elementari, capaci di far convivere un piccolo numero di abitanti.
Le “fantasie” degli utopisti però possono essere utilizzate soltanto da quelle comunità che tendono a forme di produzione e quindi di rapporti sociali e di insediamenti primitivi, come ad esempio le comunità indiane di cui aveva parlato Marx nel Capitale, in cui la produzione doveva basarsi non sulla merce bensì sul fabbisogno. Owen e Fourier puntano sulla sparizione delle grandi città (vi aderisce anche Engels nell’Antiduhring; anche Bismark era contrario alle grandi città e questo prova come una stessa idea può nascere da necessità politiche diverse), sostituite da villaggi, e l’abolizione della divisione del lavoro e dello sfruttamento che ne consegue. E lo scontro e il confronto di tentativi “utopistici” di organizzazione delle società avutosi in Europa si ripete anche in America pur non essendovi in quest’area forti stratificazioni storiche e sociali.
Oggi purtroppo manca una documentazione tale da permetterci di analizzare il meccanismo che sottostà alla crescita della città industriale (che fu tutt’altro che lineare) e di vedere in essa l’ambito in cui si formò e si precisò la lotta di classe, determinante per un nuovo rapporto tra città e campagna, ma soprattutto manca un’analisi della città industriale come luogo fisico in cui si avvia e si estende il carattere “sociale” dei mezzi di produzione e in contraddizione con l’appropriazione “privata” dei benefici economici di tale trasformazione.
Sicuramente la città industriale non è nata, come ci ha tramandato la tradizione urbanistico-sociologica, intorno ad un centro affaristico e alle residenze dei possidenti e intorno ad esso sono venuti ad aggiungersi zone con opfici industriali e abitazioni di operai, poiché agli inizi sia il vecchio centro di origine medievale che la nascente periferia urbana avevano lo stesso valore, infatti ampie parti dell’odierno centro storico erano destinate all’alloggio della classe operaia come nell’iniziale periferia. La città borghese inizialmente, essendo intimamente legata ai processi economici, non aveva confini prestabiliti ed era quindi indefinita e infinita, proprio perché lo sviluppo produttivo faceva assumere ogni punto del suolo come edificabile (e quindi capace di reddita). Essa si realizza e si esprime nella continuità stradale, che è elemento funzionale e rappresentativo e strumento per “ignorare” quelle classi subalterne che da quella sono investite (ad esempio John Nash per il progetto di regent Street a Londra affermava che la strada dovesse separare nettamente la nobiltà dalla borghesia) e questo accentua il contrasto fra città e campagna fino ad ignorare il secondo termine con una differenziazione tipologica (negli edifici) e delle zone che va ad accentuare la divisione del lavoro.
All’interno della “tendenza generale” di queste trasformazioni esistono differenze tra le varie città per cui in alcuni casi le zone subalterne si isoleranno dal successivo sviluppo urbano, in altri casi scompariranno quasi del tutto. La continuità stradale comunque fa parte del “sistema interno” della nuova struttura urbana, nel senso che non è più funzionale ai rapporti extraurbani, con la campagna, con altre città (funzione tra l’altro assolta dalle ferrovie), ma diviene funzionale alla crescita ulteriore della città.
La città industriale nel suo estendersi conosce poi una seconda fase di sviluppo, per cui cambia il rapporto interno fra centro e periferia in funzione degli sviluppi produttivi che determinano una ulteriore differenziazione tipologica e divisione del lavoro. Il rapporto città-campagna è ignorato, ma la campagna si trasforma di continuo in città-industriale, come spazio libero da trasformare. La grande industria capitalistica crea sempre nuove grandi città, perché fugge dalla città verso la campagna.
In questa fase dello sviluppo si configura lentamente quella che diventerà la forma classica della città industriale, ossia secondo quello schema radiocentrico che tenderà ad inglobare e trasformare le zone limitrofe (con la stessa legge dello sviluppo iniziale) intorno ad un nucleo di potere, il centro. Basti pensare al valore universale che assumerà, al contrario dell’assetto dato a Berlino, la Parigi riorganizzata da Haussmann che, come per l’opera di Sisto V in Roma, si servirà dei lavori già attuati o iniziati precedentemente attribuendogli tuttavia un nuovo senso e un nuovo rapporto, proprio attraverso una forma generale prima inesistente.
La città industriale rompe indubbiamente lo schema urbano della città mercantile, ma soprattutto rompe ogni confine prestabilito poiché tutto il suolo diventa edificabile una volta investito dalla crescita dell’insediamento, confermando che è il meccanismo economico a rafforzare e consolidare lo schema radiocentrico, pur attuando un processo di socializzazione della città mai verificatosi prima.
A questo punto bisogna capovolgere il giudizio negativo che è stato espresso sulla distanza tra l’esperienza urbanistica e la sinistra politica europea (dal Manifesto del 1848 allo scioglimento dell’Internazionale del 1873); l’analisi sulla società capitalistica compiuta da Marx ed Engels dimostra come i problemi siano molto più complessi di quanto avessero immaginato gli utopisti, che bisogna partire dalle contraddizioni per prefigurare una società diversa. Essi partendo dal presente, calando le utopie nella realtà, prefigurano un diverso rapporto tra le varie parti della città e tra la campagna e la città.
Tutto questo non si è realizzato ma sicuramente è nella crisi del 1848 che è possibile individuare un elemento essenziale all’urbanistica moderna: nasce una disciplina con le sue leggi, la sua storia, i suoi problemi, che pur facendo riferimento alla politica non si confonde con essa e segue un proprio cammino. Secondo Marx ed Engels non è possibile risolvere le contraddizioni nell’urbanistica della città speculativa e soprattutto hanno avuto il pregio di stabilire quale obiettivo urbanistico quello di abolire concretamente l’antitesi tra città e campagna e comunque. Inoltre a più di novanta anni dalla pubblicazione dei famosi tre articoli di Engels si può notare come la questione di fondo sia rimasta identica e confermi il carattere “settoriale” della città speculativa, anzi è suo il merito di aver individuato il campo entro il quale collocare (da un punto di vista politico) la questione degli alloggi: mettere in discussione e trasformare non soltanto gli alloggi degli operai o quelli economici.
Le ipotesi del socialismo scientifico, proprio per il loro stretto legame con la trasformazione generale della società, trovano il loro primo banco di prova solo nell’esperienza sovietica (in particolare negli anni dal 1920 al 1930), caratterizzata da ipotesi multiple, da esperienze gigantesche e varie, dal contatto con diversi rappresentanti del movimento moderno europeo. Per la prima volta viene messo in discussione un diverso rapporto tra città e campagna e le trasformazioni che la città avrebbe dovuto subire o ha realizzato in base alla diversità del rapporto stesso: abolizione del contrasto tra la città e la campagna e abolizione delle “differenze” tra centro e periferia che però all’atto della loro applicazione si sono rivelati troppo semplicistici nella previsione e troppo “standardizzati” nel contenuto.
Tali tesi si sono rivelate illusorie e manca in definitiva una concezione diversa della città contemporanea, di usarla in maniera nuova; mentre nelle città realmente esistenti si va sempre di più realizzando quella paralisi della preponderanza urbana rispetto alla campagna, prevista da Lenin dal 1897. Sicuramente come afferma l’autore stesso l’ostacolo maggiore risiede nella difficoltà di analizzare e di giudicare in maniera coerente la quantità e la qualità, e quindi le strutture e le forme che abbiamo ereditato dalla città industriale, grande affermazione delle città come centri di produzione e di consumo.
Per quanto riguarda la situazione italiana, la concentrazione urbana si è rivelata abbastanza rilevante soltanto negli anni più recenti e la velocità del fenomeno ha assunto proporzioni rilevanti come accade negli altri paesi dell’Europa capitalistica, mentre assistiamo a un tentativo di individuare nuovi insediamenti organizzati non più sulla previsione “disegnata del piano regolatore, ma su un sistema di previsioni da aggiornare e modificare nel tempo.

Parole-chiave: CITTÀ INDUSTRIALE, CITTÀ SPECULATIVA, CAMPAGNA, URBANESIMO SOCIOLOGICO, SOCIALISMO SCIENTIFICO, CITTÀ SOVIETICA

UTILIZZAZIONE
L’opera, purtroppo si presenta di difficile lettura sia per l’alto e articolato registro linguistico che per la complessità degli argomenti trattati, soprattutto in relazione alle vicende politiche che ne hanno caratterizzato le esplicitazioni urbanistiche.
Necessita sicuramente di essere vagliato alla luce di una preventiva e preventivata cognizione storica e filosofica, magari coadiuvato dalla consultazione di un testo di storia economica oltre che di uno di storia del socialismo.
Pregnante e pressante appare inoltre la posizione assunta dall’autore in relazione alla disciplina in questione che cerca di redimere da un suo rapporto con la politica, posizione questa che fa suscitare tra l’altro la lettura la lettura del testo di Leonardo Benevolo, con cui entra esplicitamente in polemica.

Abstract 1 pdf: Origini e sviluppo della citta moderna

Antonietta Di Muoio (A050-A043)

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