Abstract di Antonio Sbrighi

SCHEDA
Autori: Gros Pierre, Torelli Mario
Titolo: Storia dell’urbanistica. Il mondo romano
Editore: Editori Laterza, collana Grandi Opere
Sede: Roma-Bari
Anno: [1988] 1994
Genere: saggistica, pianificazione urbanistica e aspetti architettonici
Argomento: urbanistica e urbanizzazione italica e romana dall’età repubblicana a quella imperiale
Biblioteche: personale. Facilmente reperibile in molte biblioteche dell’Emilia-Romagna, quali ad esempio la Biblioteca Classense di Ravenna (inv. 435547, coll. DEWEY 711.409 65), la Biblioteca A. Saffi di Forlì (inv. C 87107, coll. S.DEW 711.40937 GROSP), la Biblioteca del Dipartimento di Archeologia di Bologna (inv. NER 4862, coll. URB 25 ter), la Biblioteca del Dipartimento di Storia Antica di Bologna (inv. NER 198, coll. ANT. IX. 2062) e la Biblioteca di Discipline Umanistiche di Bologna (inv. 13069, coll. CONS.A 496/2)1.

ABSTRACT
Sviluppando un discorso organico e lineare, sia dal punto di vista contenutistico che cronologico, il libro affronta la nascita e lo sviluppo architettonico e urbanistico delle città nella nostra penisola a partire dall’VIII secolo a. C. all’età imperiale romana (III d. C.). Si segnala subito un interessante approfondimento sulla genesi della città in Italia (pp. 19-29), e in particolare il rapporto tra la “città dei vivi” e “la città dei morti” (p. 23).
Ad iniziare dalle più antiche testimonianze archeologiche che attestano una prima urbanizzazione in Italia, in particolare nell’Etruria e nel Lazio, si affronta contemporaneamente un ragionato studio sul rapporto tra territorio e centro urbano e sull’evoluzione strutturale della città antica, attraverso esempi quali Roselle, Pyrgi ed il sito presso Marzabotto (pp. 36-45). Di questi, Mario Torelli, che cura la prima parte del libro, analizza quelli che definisce i “segni” della città arcaica centro-italica, ovvero la cinta muraria, la dislocazione delle abitazioni private, l’orientamento delle strade e soprattutto la monumentalizzazione dell’area sacrale, in cui l’influenza ellenica gioca un ruolo decisivo. Servendosi di un apparato cartografico ricco ed esauriente, il testo allarga il proprio punto di vista all’Italia preromana (V-IV secolo a. C.), affrontando brevi approfondimenti su vari abitati, come Serra di Vaglio in Lucania, in cui il modello urbano di ascendenza greca è mitigato da rudimentali organizzazioni spaziali, per cui appare difficile cogliere una netta distinzione tra le categorie del sacro e del privato, per non parlare del politico. Sono prese in considerazione anche altre forme di proto-città, quali i villaggi celtici del nord Italia, tra cui spicca l’abitato di Monte Bibele nel bolognese, e le fortificazioni d’altura del territorio sannitico, sabino, marsico e frentano (oggi corripondenti all’incirca all’Abruzzo, al Molise e al Lazio orientale), le quali riflettono nell’organizzazione spaziale interna quella politico-sociale della tribù d’appartenenza (pp. 50-56).
È questo, in generale, il substrato culturale su cui l’autore impernia il proprio lavoro di ricostruzione dei cambiamenti della “sintassi urbana” italica successivi alla conquista e colonizzazione romana, non senza aver sottolineato precedentemente come il processo di integrazione sociale e il raggiungimento di un certo equilibrio economico siano stati i prerequisiti per l’impostazione di un nuovo assetto urbanistico delle città e per la diffusione del fenomeno dell’urbanizzazione in Italia. Quindi, procedendo diacronicamente, Torelli illustra le fasi di formazione dell’Urbs, sviluppando una narrazione avvincente e dettagliata che si muove su un piano geografico, storico ed archeologico, con riferimenti all’orografia e all’idrografia dell’area su cui a partire dall’VIII secolo a. C. sorse Roma (pp. 61-104).
Vero e proprio nodo gordiano dell’intera ricostruzione urbanistica dell’Urbe è la cosiddetta luxuria asiatica (pp. 104-126), con cui si assiste “all’avvio di consumi opulenti ellenistici”, che conduce la città ad uno sviluppo, una monumentalizzazione, e si potrebbe giustamente dire un’ostentazione architettonica e urbanistica senza precedenti. Questo rinnovamento culturale, importato a Roma essenzialmente dai generali che combatterono in Grecia e in Asia nel corso del II secolo a. C., non è però altrettanto visibile nella maggior parte delle colonie italiche di recente deduzione cui è dedicato il capitolo successivo.
Dopo un’introduzione sui tipi di colonizzazione, sono illustrate le tipologie più diffuse di impianti urbani romani, ad iniziare da quelli basati sull’incrocio di due strade ortogonali (cardo e decumanus), simili all’organizzazione dell’accampamento militare romano (castrum), seguite da alcune esemplificazioni (Ostia, Alba Fucens, Cosa, Paestum, Rimini, Minturno, Verona, ecc.). Di queste è analizzato soprattutto il rapporto inscindibile tra l’ambiente geografico in cui avvengono le deduzioni, la presenza eventuale di una pianta urbana preromana e il modello di Roma, sottolineando sempre come alla base dell’evoluzione urbanistica repubblicana delle colonie stia il fondamentale concetto di urbanitas. Con questo termine ci si riferisce ad una pluralità di qualità che sono proprie di colui che vive nel centro urbano, grazie alle quali assistiamo ad una prima separazione dello spazio urbano da ciò che è all’esterno, ovvero la campagna, i cui ideali sono riassumibili nel concetto di rusticitas: è proprio grazie a questa dicotomia culturale che si assiste, su grande scala ed in chiave già monumentale, ad una prima forma di urbanizzazione italica.
Il confronto con l’Urbs offre l’occasione per una spiegazione dei principali elementi del paesaggio urbano, ad iniziare da quelli politico-sociali, come il foro, la basilica, la curia, fino a quelli ludici, come l’anfiteatro e il teatro.
La seconda parte dell’opera, curata da Pierre Gros, riprende il precedente lavoro per introdurre un discorso sull’urbanistica di Roma da Augusto fino ad Alessandro Severo. L’autore impernia questa ricostruzione servendosi essenzialmente del concetto di “ideologia” e di come questa, soprattutto in età imperiale, abbia fatto dell’Urbs la più grande metropoli dell’antichità, esempio per centinaia di altre città in tutto il Mediterraneo. Impostando un lavoro sul rapporto tra innovazione e tradizione sotto l’imperatore Augusto (pp. 167-179), l’autore dimostra come Roma, risorta a livello urbanistico e architettonico dopo le sanguinose guerre civili, rappresentasse agli occhi del popolo l’inizio di una nuova era di pace, armonia, ricchezza e conciliazione, personificata nei nuovi simboli del potere presenti ovunque. Passando attraverso la continuazione della politica urbanistica augustea dei Giulio-Claudii, l’utopia neroniana di una città nella città, l’urbanistica “demagogica” flavia, la monumentalizzazione traianea, il finto classicismo adrianeo e l’assolutismo severiano, l’autore ripercorre un mirabile percorso sul significato dell’organizzazione spaziale a Roma, servendosi di un ricchissimo apparato iconografico, consistente in immagini della Forma Urbis, carte topografiche e ricostruzioni moderne (pp. 179-208).
Segue un veloce approfondimento sulle città della penisola italica nei primi tre secoli dell’era volgare, in cui l’autore tratta essenzialmente la dislocazione spaziale degli edifici pubblici e privati di Pompei e Ostia, per poi concentrarsi sugli esempi coloniali, divisi tra occidentali ed orientali. Quindi, per capire la realtà urbana che si vuole spiegare, l’autore introduce e spiega prima il concetto di civitas, come “una divisione territoriale, dotata di relativa autonomia e corrispondente […] ad un’unità etnica” (p. 238), e quindi alcune delle definizioni romane delle città, ovvero urbs, oppidum, vicus, forum. Una distinzione giuridica separa questi quattro termini: urbs è la “città fondata secondo il rito etrusco” (p. 243), oppidum é sia il centro fortificato d’altura preromano che l’agglomerato urbano di secondaria importanza, vicus è un centro amministrativo a capo del pagus (una suddivisione della civitas) (p. 244), ed infine forum è un mercato o una circoscrizione giudiziaria (p. 244). Questo discorso, utile anche per un eventuale progetto didattico sulla città romana grazie alla chiarezza espositiva e agli esempi concreti riportati, serve per affrontare un discorso sull’urbanistica e sull’architettura nella Gallia, nella Penisola Iberica, nell’area germanica e nell’Africa, dentro una visione integrata di storia, geografia e antropologia. La storia dell’urbanistica è affrontata sviluppando due distinti approfondimenti, l’uno sulle differenze degli elementi forensi (pp. 339-355) e l’altro sulla casa (pp. 355-372), adducendo vari esempi.
Infine si affronta un discorso sulla realtà e l’ideologia dell’urbanistica romana nell’Oriente, considerando alcune città dell’Acaia, dell’Asia Minore e della Siria: dopo una spiegazione sul significato delle deduzioni di colonie cesariane e augustee in Oriente, si spiega l’incremento economico per quelle città favorite dalla loro posizione geografica, in particolare i porti di Mileto, Nicomedia, Smirne ed Efeso. L’autore, servendosi di una pluralità di esempi, approfondisce quelli che ritiene i due fattori che hanno accomunato le città orientali durante l’Impero, ovvero la predilezione verso alcune di loro da parte di molti imperatori, che intervenivano tramite i governatori o direttamente, e la rivalità tra le stesse città, che si traduceva spesso in una dispendiosa gara architettonica (aemulatio municipalis). Particolare attenzione è riservata all’arredo pubblico urbano in alcune città orientali, specie all’urbanistica monumentale (Efeso, Mileto, Side; pp. 396-410), alle aule imperiali e alle plateae (Gerasa, Palmira; pp. 420-426).
Il libro termina infine con una bibliografia ragionata e divisa per argomenti, e con gli indici, la cui suddivisione in nomi, luoghi, e generale, facilita la ricerca ad un lettore, altrimenti perduto in un testo spesso difficile a consultarsi, in quanto scritto troppo fittamente e ricco di concetti.

Parole-chiave: CIVITAS, COLONIA, EMULAZIONE, IDEOLOGIA POLITICA, LUXURIA ASIATICA, PAESAGGIO URBANO, URBS, URBANITAS.

UTILIZZAZIONE
L’opera, scritta da due archeologi di fama mondiale, utilizza un registro linguistico chiaro e semplice, anche se talvolta nella lettura si possono riscontrare alcune difficoltà. Queste sono visibili essenzialmente nell’uso di un lessico ricco di tecnicismi e di numerosi termini latini, la cui spiegazione viene talvolta tralasciata o affrontata solo in parte, nella speranza che sia già un prerequisito del lettore. Anche la sintassi in alcuni punti si presenta articolata e complessa, sottolineando come l’opera abbia come destinatari per lo più studenti o ricercatori universitari. Le rappresentazioni cartografiche, ricchissime in particolari e dotate di legenda chiara ed esaustiva, non sempre illustrano o completano visivamente la parte testuale, spingendo spesso il lettore ad intraprendere ulteriori ricerche in libri o siti internet. Comunque sia, le carte topografiche, le piante urbane e le rarissime fotografie in bianco e nero sono estremamente aggiornate, anche se la nuova edizione del 2007 ha portato ad un cambiamento dell’opera sia nel significante (impaginazione, copertina) sia nel significato (contenuto, apparato iconografico e cartografico). Resta il fatto che questo testo non si rivela molto adatto ad un uso scolastico, specie per un docente che non è a conoscenza dell’urbanistica antica e di tutti quei concetti ad essa intimamente legati; si segnala pertanto solo un utilizzo a scuola che sia limitato nei contenuti, semplificato nella sintassi e nell’articolazione concettuale.

Antonio Sbrighi (A050-A043)

Abstract 1 pdf: Storia dell'urbanistica. Il mondo romano

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